Attirati penosamente dalla situazione di prigionia sofferente degli emarginati (disabili fisici e psichici, disturbati nel comportamento e nell’apprendimento, colpevoli non perdonati e quindi recidivi, ecc.), nonché delle persone che provvedevano ai loro bisogni in modo così carente nelle strutture pubbliche e negli istituti, e così faticoso nelle famiglie, abbiamo incominciato più di trent’anni fa a proporci di inserirli in mezzo a tutti, facendoli uscire dall’isolamento che aggravava la loro situazione e la loro sofferenza, in modo appunto che potessero integrarsi con tutti.

Ci comportavamo come se pensassimo sia che solo queste persone avessero il problema dell’integrazione, sia che noi “normali” fossimo già ben integrati, nonostante le indicazioni contrarie della nostra realtà circostante a ogni livello, familiare, istituzionale, associativo, politico, sociale.

Gli amministratori di certi enti locali e una parte del personale della scuola elementare si sono mossi per primi, nonostante le molte difficoltà prodotte dal permanere di una consuetudine di selezione e di emarginazione.

I limiti così marcati dell’impostazione iniziale dei primi interventi sono apparsi ben presto a una riflessione appena più approfondita, che conduceva sempre a definire via via sempre meglio il concetto stesso di integrazione.

Attraverso revisioni critiche continue delle contrapposizioni uguali-diversi, normali-anormali, abili-disabili, minorati-in situazione di handicap; dopo aver chiarito che l’handicap e la minorazione non sono la stessa cosa e che quindi tutti possono trovarsi in una situazione di handicap anche senza essere disabili; attraverso i contributi decisivi sia della psicologia nell’approfondimento del concetto di intelligenza messo da sempre alla base per giustificare la selezione, sia della medicina con l’apertura di nuove possibilità di recupero e di guarigione, si sono gradualmente chiariti i termini della nostra ricerca.

Così si è visto subito che inserire non equivale a integrare: infatti deve essere presente in una struttura non equivale a essere integrato, cioè non produce automaticamente la possibilità reale e reciproca che tutti siano positivamente in relazione fra loro.

Ancora oggi, dopo tanti anni di ricerca e di tentativi, di riflessioni e di esperienze, di nuove norme legislative e conseguenti circolari applicative, non tutti hanno compreso questa distinzione.

Anzi persino in convegni ufficiali, nei quali si attua un dialogo a livello internazionale, usando la più diffusa lingua inglese, l’adozione del termine “inclusion”, tanto più sincretico e approssimato della nostra parola “integrazione”, sembra scavalcare con leggerezza, come se non fosse importante, questa essenziale distinzione.

La ricerca per definire in modo valido e sicuro cosa sia l’integrazione, è incominciata, come s’è detto, fin dai primi tempi, per tentare di superare le contraddizioni che si incontravano, ed è pervenuta ora a una definizione concettuale molto più profonda e impegnativa, coinvolgente tutti, disabili e non disabili, e soprattutto caratterizzata da una sottolineatura dinamica, che ne ha stroncato la staticità razionale.

L’integrazione infatti si costruisce gradualmente, al punto che dobbiamo riconoscere di essere integrati, nella misura possibile in ogni momento, se e quando ci si muove verso l’integrazione, e quindi che ci si è “arrivati” tanto in quanto ci si avvicina continuamente ad essa.

Dopo queste precisazioni possiamo dire che SONO INTEGRATI, CIOE’ SONO SULLA VIA DELL’INTEGRAZIONE, PERSONE, ISTITUZIONI, POPOLI, QUANDO ESSI CRESCONO ASSIEME, AIUTANDOSI RECIPROCAMENTE IN QUESTA CRESCITA. 

Il termine crescita è però generico e vago, e rischia di rendere banale la definizione data, se non si precisano le sue forme, i suoi modi e i suoi tempi.

Diciamo allora che si cresce assieme e ci si aiuta a crescere quando:

  • Si lavora assieme alla realizzazione di un progetto condiviso;
  • Si superano assieme le difficoltà delle relazioni e delle comunicazioni;
  • Si comprendono in modo razionale e reciproco le diversità;
  • Ci si sostiene reciprocamente nel bisogno e nella sofferenza;
  • Ci si perdona reciprocamente;
  • Si cerca assieme il positivo e il meglio in ogni situazione, scoprendone la valenza unitaria;
  • Ci si diverte assieme;
  • Si sta bene assieme, conoscendosi reciprocamente con piacere.

Allora appare chiaro che essere integrati significa essere ben lontani dal solo inserimento, dalla sola inclusione, i quali anzi, vissuti senza superarli, aggravano i problemi generando faticose vicinanze e confronti dolorosi e drammatici.

Solo l’integrazione, quando è la meta da raggiungere, riesce a far convivere tutti secondo la dignità propria dell’uomo e le finalità indicate dal suo destino ultimo.

Giancarlo Cottoni